La posa della figura umana
Dog photography

La posa della figura umana

di Mattia Gorno·11 Ago 2026·11 min di lettura

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Chi mi segue sa quanto sia importante la morfologia dei soggetti nel ritratto, e quanto mi interessi il tema delle linee che ne definiscono la forma.

Oggi però parliamo di persone. Prima o poi arriva la richiesta della foto insieme, il proprietario entra nell’inquadratura, e si scopre che tenerlo in piedi bene è più difficile che far sedere il cane.

Una persona che non ha mai posato spesso ha difficoltà nella gestione del corpo. Per noi fotografi è quindi molto utile sapere come mettere in posa una persona in modo pratico e divertente, cercando soprattutto di coinvolgere il nostro soggetto come parte attiva.

Dico subito dove andremo a parare: in questo lavoro contano prima di tutto le parole che usiamo e le distanze, e solo dopo gli angoli del corpo. La posa si conquista più facilmente quando la persona è a suo agio, ed è per questo che l’ultima parte dell’articolo non va trascurata.

Vediamo le mie preferenze sulle indicazioni che do a voce mentre scatto, messe in ordine dal basso verso l’alto, perché è in questo modo che costruisco una posa: gambe, corpo, spalle, testa. Le mani vengono per ultime, perché sono l’ultima cosa che sistemo, ma la prima che si nota in uno scatto quando qualcosa stona.

Faccio una piccola premessa. La posa del corpo può avere anche esigenze creative e di linguaggio specifiche, quindi tenete presente che queste indicazioni servono ad avere una posa più naturale, e restano suggerimenti da utilizzare quando servono.

1. Indicazioni principali

Tutto quello che è davanti sembra più grande, tutto quello che è indietro sembra un po’ più piccolo, e tutto quello che è frontale alla fotocamera lo vedete alla sua massima larghezza. Per esempio un busto leggermente ruotato, invece che frontale in camera, si legge più stretto e la figura risulta più slanciata.

Gomiti e ginocchia stanno di lato. Un’articolazione rivolta verso l’obiettivo si accorcia e sparisce, e il braccio o la gamba diventano un moncone. E per semplificare diciamo anche che il taglio del fotogramma cade lontano dalle articolazioni.

Una posa che funziona alterna zone in tensione e zone rilasciate. La tensione dà direzione e forza, il rilascio restituisce grazia. Se è tutto teso è una fototessera militare, se è tutto morbido è una persona che aspetta l’autobus. La curva a S nasce da questo equilibrio, ogni parte del corpo che risponde alla precedente in senso opposto, una linea che serpeggia in modo naturale.

2. Le gambe

Si comincia da qui perché tutto il resto ci appoggia sopra.

Una gamba avanti e una indietro, con il peso spostato su una sola. Il peso distribuito in parti uguali è una posizione più rigida e statica: in fotografia sembra una statua. Spostarlo su una gamba sola apre l’anca, sposta il bacino e mette in moto tutta la catena dinamica verso l’alto in modo molto naturale.

Anche da seduti possiamo gestire la posizione. Ci si siede sul bordo e di tre quarti. Il bordo di uno sgabello, di una panchina, di uno scalino, con il busto ruotato e le gambe che creano angoli invece di scendere dritte. Se invece posizioniamo il soggetto seduto in fondo alla sedia la schiena si appoggia, il busto si accascia e la posa è finita prima di cominciare.

3. Il corpo

Il busto sta di tre quarti, per lo stesso motivo di prima: di fronte lo vedete alla sua massima larghezza. E il bacino segue la gamba su cui avete messo il peso.

Il leggero inclinarsi in avanti è un buon consiglio da mettere in pratica. Avvicina la parte alta del corpo alla fotocamera e allontana il resto.

Il busto slanciato è l’altro accorgimento. Capita spesso che si comprima verso il basso, e che la persona si rilassi troppo senza accorgersene. Si sistema con un respiro e con l’idea di allungare. L’indicazione di “stare dritti”, invece, produce spesso una posa militare.

4. Le spalle

Le spalle restano aperte e basse. Sono il primo posto dove va a finire la tensione di chi non ha mai posato, e salgono da sole verso le orecchie senza che la persona se ne accorga. Il collo sparisce, e con lui sparisce l’eleganza di tutta la figura.

Anche quando sono chiuse in avanti fanno lo stesso effetto. E si aprono chiedendolo così, “spalle aperte”, che è già un esempio di come conviene dare tutte le indicazioni: in positivo. Su questo torniamo dopo.

5. La testa

Il mento va portato verso il basso e collegato alla linea delle spalle. Un mento sospeso per conto suo, sollevato o spinto in avanti, stacca la testa dal resto e la fa sembrare appoggiata lì per caso.

Per lo sguardo, se l’occhio va di lato, ruotate anche un po’ la testa e fatela seguire alla punta del naso. Così l’occhio resta pieno. Altrimenti compare troppo bianco e l’espressione diventa meno intensa, che è l’ultima cosa che volevate.

Per gli occhi che si irrigidiscono a forza di stare aperti c’è il vecchio trucco di farli chiudere e riaprire. Io li faccio sbattere tre volte se serve.

Per la bocca basta un respiro. Si inspira, si lascia andare la mascella, i denti si allentano. Una bocca serrata la riconoscete sempre, tira su i muscoli intorno e l’espressione sembra una cortesia.

È importante comunque mantenere una connessione tra il viso e il corpo, perché è la cosa che si nota per prima, anche da chi guarda distratto. Un corpo in azione con l’espressione neutra, oppure un sorriso pieno su una postura afflosciata, si vedono subito.

6. Le mani

Le mani sono la prima fonte di rigidità in qualunque ritratto. Chi non ha mai posato se le ritrova senza un posto dove stare, e il corpo segue le mani molto più di quanto le mani seguano il corpo. Sciolte quelle, si scioglie anche tutto il resto.

Il rimedio è dare loro qualcosa da fare. Un oggetto, una tasca, i capelli, un appoggio. Qualsiasi cosa, purché la mano abbia un compito.

La mano appoggia. Palmo aperto, dita morbide, polso sciolto. Una mano che afferra si legge come un fermo, una mano che appoggia si legge come un gesto, e la differenza si vede benissimo anche da lontano.

Usare le tasche? Sì, ma con criterio. E il dettaglio che sembra niente e invece si vede sempre: in tasca ci va il pollice, fuori oppure dentro, e il resto della mano resta in vista. Una mano che sparisce del tutto nella tasca fa sembrare il braccio mozzato.

Anche a braccia conserte le mani spesso spariscono, infilate sotto il gomito: meglio lasciarle in vista, appoggiate sopra il braccio.

7. Gli spazi negativi intorno al corpo

Fin qui abbiamo guardato il corpo. Adesso conviene guardare il vuoto che gli sta intorno, perché è quello a decidere se una figura si legge o si impasta.

Quello che tocca il corpo si somma al corpo. È la regola che sta dietro a tutta questa sezione. Un braccio schiacciato contro il fianco non viene letto come un braccio: viene letto come una parte del busto, e la figura si allarga di quella misura. Una borsa appoggiata al bacino diventa bacino, un cappotto stretto addosso diventa torace.

Per staccare il braccio serve pochissimo. Un paio di centimetri e una leggera rotazione, quel tanto che basta a far passare la luce tra il gomito e il fianco. Nessuno se ne accorge guardando la persona, tutti se ne accorgono guardando la foto.

I vuoti che restano sono quelli che disegnano la figura. Il triangolo tra il braccio e il fianco, lo spazio tra le gambe, il vuoto tra il collo e la spalla, l’aria tra le dita di una mano rilassata. Sono loro a dare confini alla forma, ed è per questo che si chiamano spazi negativi: non contengono niente, ma senza di loro il soggetto diventa una macchia sola.

L’abbigliamento decide quanti spazi avete a disposizione. Un capo aderente lascia leggere il corpo così com’è e ne serve pochi. Un cappotto, una giacca ampia, un vestito lungo chiudono i vuoti da soli, quindi vanno riaperti a mano: braccia più staccate, un passo che divarichi le gambe, una mano sul fianco che ricrei il triangolo. Vale la pena guardarlo prima di cominciare, insieme al soggetto, invece di scoprirlo dopo cinquanta scatti.

8. Le sette cose da controllare al volo

Quando una foto non convince e non si capisce perché, quasi sempre la risposta è in una di queste sette.

Mani libere. Spalle aperte e basse. Busto lungo. Peso su una gamba sola. Un’asimmetria da qualche parte. Viso e corpo che dicono la stessa cosa. Spazi negativi aperti.

Nessuna delle sette si sistema in post produzione. Si sistemano tutte prima, ed è per questo che la parte più importante di questo lavoro è quella che viene adesso.

9. Come mettere in posa chi non ha mai posato

Si comincia da come annunciate la cosa. Ti metterò in posa è la frase che blocca chiunque non faccia questo mestiere: la sente come un annuncio di sventura, e il corpo si irrigidisce prima ancora che abbiate finito di parlare. Meglio dire che facciamo due prove, o che ci mettiamo comodi e vediamo cosa succede.

Il resto è tecnica di comunicazione, e vale la pena prenderla sul serio quanto la luce.

Date indicazioni in positivo. “Spalle aperte” funziona, “non ti chiudere” meglio di no. Per capire una frase con dentro un no, chi ascolta deve prima immaginarsi la cosa e poi cancellarla: è un passaggio in più, e nel frattempo l’immagine che gli è rimasta addosso è quella sbagliata. Meglio dare direttamente indicazioni su quello che stiamo cercando.

Fate vedere invece di spiegare. Vi mettete voi nella posa e la persona vi copia, e lo fa meglio e più in fretta di quanto potrebbe seguire una descrizione. Ha anche un effetto collaterale utile: se lo fate voi per primi l’altro si rilassa.

Un dettaglio alla volta. Prima la postura, poi la testa, poi le mani. Una indicazione alla volta si esegue, tre insieme diventano rumore, e alla persona resta solo la sensazione di sbagliare su tre fronti.

Descrivete una situazione, non un’espressione. Albert Watson, per il ritratto di Steve Jobs, non gli chiese uno sguardo intenso. Gli chiese di immaginarsi seduto a un tavolo dove tutti gli altri non sono d’accordo con lui, e lui sa di avere ragione. L’espressione se la costruisce il soggetto, perché ha una cosa precisa da fare invece di un aggettivo da interpretare.

Vale anche per il corpo, e conta molto la parola che scegliete. Se chiedete una torsione ottenete una torsione, con la rigidità che si porta dietro. Se lo stesso movimento lo descrivete come un respiro, arriva morbido, e si calmano anche la faccia e le mani. Se una frase non funziona, prima di ripeterla più forte conviene cambiarla.

Quando arriva il momento buono, ditelo. Una conferma detta al momento giusto è sempre importante: aiuta il soggetto a capire la direzione e, come dicevo all’inizio, lo rende partecipe della posa.

10. La prossemica, cioè quanto vi avvicinate

Esiste una parola per questo, prossemica, ed è lo studio di come usiamo lo spazio intorno a noi mentre comunichiamo. Detta così sembra teoria, in realtà è la cosa più fisica del set, perché la vostra distanza decide il comfort di chi avete davanti e il comfort decide la posa.

Le soglie sono tre e le riconoscete a occhio. Oltre il metro siete professionali e un po’ distanti, ed è la distanza giusta per cominciare, quando ancora non vi conoscete. Tra il mezzo metro e il metro c’è la conversazione normale, ed è dove si fanno i ritratti veri. Sotto il mezzo metro c’è l’intimità, ed è la distanza dei ritratti intensi, quelli in cui la persona si lascia andare davvero.

Prendete le distanze come riferimento indicativo.

Il punto è che in quelle soglie si entra piano, una alla volta, e ci si arriva a sessione avviata. Avvicinarsi di colpo a qualcuno per aggiustargli un colletto è il modo più veloce che conosco per irrigidirlo, e il bello è che poi vi irrigidisce anche l’immagine. Se dovete toccare, ditelo prima. Se potete chiedere il gesto a parole, meglio ancora.

Un’ultima cosa, prima di lasciarvi andare

Quelle che avete letto sono indicazioni semplici, buone per cominciare a misurarsi con la figura umana.

L’argomento è vasto e più interessante di quanto sembri, e soprattutto lascia spazio alla libera interpretazione. Ogni fotografo ci mette del suo, ed è giusto che sia così: cambia il genere e cambia tutto, tranne il fatto che davanti avete una persona.

Libri consigliati

Il ritratto perfetto di Chris Knight (Apogeo, 2018)

Picture Perfect Posing di Roberto Valenzuela (Peachpit, 2014), solo in inglese

La camera chiara di Roland Barthes (Einaudi)

Si accettano suggerimenti!

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