Ci sono giorni in cui il rospo in gola non riesci proprio a mandarlo giù. Oggi è uno di quelli. E invece di ingoiarlo ho deciso di scriverlo, perché sono arrivato a saturazione. Ma non voglio farlo da arrabbiato solitario. Voglio farlo con voi.
Perché là fuori ci sono tantissimi artisti bravi, preparati, molti più bravi di me, che si stanno lentamente arrendendo. Ed è questa la cosa che non mando giù. Quindi lo dico subito, prima ancora di cominciare: non arrendetevi. L’arte è roba nostra.
C’è un elefante nella stanza di cui, nel mondo della fotografia, della comunicazione e dell’arte, sento pochissimo parlare. E no, non è l’Intelligenza Artificiale. Gli strumenti sono neutri, fanno quello che ogni tecnologia ha sempre fatto, automatizzano e aumentano la produttività. L’elefante è un altro, ed è enorme. È la follia del sistema che ci impone di correre sempre, a un ritmo che non ha senso. Non economico, non professionale, e soprattutto non umano. Ma andiamo con ordine, che di roba da scrivere ce n’è.
Le frasi fatte, una per una
Prima di tutto sgombriamo il campo dagli slogan. Eccoli, con la mia postilla.
«Dipende dall’uso che ne fai.» La frase passepartout per non prendersi nessuna responsabilità. La stessa, identica, che si usava per la dinamite.
«Se non ti aggiorni resti indietro.» Ti fa sentire già in ritardo, prima ancora di aver capito rispetto a cosa.
«L’AI automatizza i passaggi produttivi.» Abbiamo costruito un Dio digitale per fargli fare il lavoro di uno stagista sottopagato. Complimenti a tutti.
«Con l’AI sarai più creativo.» La stronzata del secolo. Ne parliamo dopo.
«L’AI è democratica.» Democratica come un buffet dove tutti assaggiano i piatti di tutti, e alla fine hanno tutti lo stesso identico sapore in bocca.
«Non sostituisce l’uomo, lo affianca.» Ti affianca. Come ti affianca il collega che poi si prende il tuo posto.
«L’AI moltiplica le tue possibilità.» Sarà. Ma qualunque numero moltiplicato per zero fa sempre zero.
«Non è l’AI che ti porterà via il lavoro, ma chi la sa usare.» Pace all’anima sua. È la più raffinata di tutte, perché ti mette paura del collega.
Tutte queste frasi sono rumore bianco. Servono a una cosa sola, coprire il rumore dell’elefante che si muove nella stanza.
Lo vedo solo io, questo elefante?
La goccia che buca il piano
E qui fermi tutti. Su una di quelle frasi mi prendo due righe in più, quella che dice che con l’AI sarai più creativo. L’ho liquidata in fretta, ma è la più importante di tutte. Ed è terra mia, quindi lasciatemelo fare.
L’AI e la creatività lavorano in due modi opposti. L’AI è probabilistica. Sceglie sempre la parola, il pixel, la nota più probabili, e così si allarga in orizzontale, finché copre tutto il piano della realtà. È una macchia d’acqua: più si estende, più si assottiglia. Conosce la relazione tra le cose ma non il loro peso. Velocità senza impatto.
La creatività umana fa il contrario. Non è probabilistica, è caotica. È una goccia pesante che invece di allargarsi buca il piano. Dentro ci sono il tempo, l’emozione, l’errore, la fatica, tutto quello spreco che l’AI si vanta di non avere. Ed è proprio quello spreco a darle la massa per perforare la superficie. E il buco è permanente: quando capisci davvero qualcosa, il piano non lo vedi più come prima.
Ecco perché la creatività non è un rubinetto che si apre premendo invio. Non è scalabile, non è economica, non è veloce. Ha bisogno di attrito, ed è proprio l’attrito la cosa che stiamo cercando di eliminare. Non ci serve essere più creativi in fretta.
E qui voglio essere onesto con voi. Io l’AI la utilizzo. È uno strumento potente e non ho nessuna intenzione di rinnegarlo, sarei un ipocrita. Il punto non è mai stato non usarla in termini assoluti. Il punto è che non ci stiamo dando un limite, che spesso viene utilizzata anche quando non sarebbe necessario, e che la «commodity» sta permeando settori in cui l’AI non dovrebbe neanche entrare.
Penso dunque sono, premo dunque sembro
Quando è successo, di preciso? Quando siamo passati dal penso dunque sono al premo dunque sembro? Dallo studiare per costruire una professione solida al vivere in un eterno stato di ansia da rincorsa. Non fai in tempo a padroneggiare una competenza di lavoro che è già vecchia.
Fino a poco tempo fa studiare i fondamenti, la luce, la composizione, la post produzione, era costruire una casa sulla roccia. Ogni anno aggiungeva valore al precedente. Diventavi più bravo, non più vecchio. Oggi è una centrifuga, e di capitalizzare si parla sempre meno. E capitalizzare non vuol dire studiare una volta sola e vivere di rendita per sempre. Vuol dire formarsi e avere almeno il tempo di mettere in pratica quello che hai imparato, prima che lo strumento diventi vecchio e ti tocchi ricominciare da capo.
In tutto questo l’uomo è diventato un problema. Un attrito vivente. Non è eco-sostenibile, perché ha la pretesa assurda di voler essere pagato per pensare. E il mercato non ha tempo per chi pensa. Ha solo fretta.
Un’idiozia matematica
E allora corriamo, per produrre cosa? Più roba. La scusa è sempre quella, il mercato chiede più contenuti. Peccato che l’utente finale sia ormai saturo. La sua giornata è di ventiquattro ore, otto delle quali, si spera, passate a dormire. In quel poco che resta viene bombardato da migliaia di stimoli al giorno. Pensare che produrre più immagini, più in fretta, a ciclo continuo, sia la chiave per farsi breccia nella massa, è un’idiozia matematica.
E poi, chi l’ha deciso che la soluzione fosse risparmiare tempo? Chi l’ha deciso che si debba lavorare senza budget? Chi ha deciso che certi passaggi sono noiosi? La revisione degli scatti, per dire, ormai passa per la parte barbosa da appaltare all’algoritmo. Ma non è noiosa per colpa sua. Lo è diventata per le quantità industriali a cui ci siamo piegati. Su dieci scatti è un piacere. Su diecimila è una catena di montaggio. Il problema non è il gesto, è quanti ne facciamo.
L’illusione di saper fare tutto
Poi c’è il capitolo più grottesco. L’idea che basti imparare l’AI per ampliare il portfolio: fare video, siti, applicazioni, set senza modelle e senza luci. Suona bene, e in fretta ci si convince che basti digitare una stringa di testo per vendere servizi di cui non conosciamo la storia, la struttura, i problemi veri. E così si impara a ottenere un risultato bello senza sapere perché è bello, né come rimetterci mano quando qualcosa si rompe. Barattiamo la competenza con la sua simulazione.
C’è anche la sensazione più rassicurante di tutte. Non preoccuparti, ci sarà sempre bisogno di te come tramite tra l’azienda e la macchina, tu sarai il regista, il creatore di prompt. Ragioniamo un secondo. Se l’unica competenza richiesta è dialogare con un’interfaccia, quanto tempo passerà prima che quell’interfaccia parli direttamente con l’azienda, senza di noi? È un ruolo di transizione. Oro oggi, cannibalizzato domani. Se costruisci il tuo valore sul saper usare un intermediario, quando l’intermediario si semplifica sei fuori.
Il conto nascosto
Mettiamo pure, per assurdo, che tutto questo funzioni e porti fatturato. Anche così restano due conti che nessuno ha voglia di pagare.
Il primo è la dipendenza. Stiamo firmando un abbonamento eterno con una manciata di multinazionali. Se domani i server si spengono, se i prezzi salgono, se cambiano le regole, il tuo flusso super ottimizzato è morto. Hai scambiato l’indipendenza del tuo saper fare con una rata mensile. Non sei più un professionista libero, sei un affittuario.
Il secondo è l’atrofia. Sono proprio i passaggi ripetitivi e faticosi a tenere viva la competenza profonda. La mano si allena correggendo millimetro per millimetro. Delega la pelle, lo scontorno, i fondali, e in qualche anno la mano e il cervello dimenticano. E quando perdi la manualità perdi anche l’occhio che giudica. Diventi un supervisore pigro di un software «commodity».
E sopra tutto, la ferita più grande. Per anni abbiamo protetto le nostre idee con watermark, licenze, cause sul copyright. Poi abbiamo lasciato che quel patrimonio venisse macinato senza consenso dentro sistemi addestrati sul lavoro di tutti noi. Il più grande travaso di competenze umane della storia, e lo chiamiamo addestramento.
Siamo noi i colpevoli
Ed è qui che crolla l’ultima comoda bugia, quella che dà la colpa alla macchina. I colpevoli siamo noi. Abbiamo accettato di rendere noioso il nostro mestiere piegandoci ai ritmi industriali, abbiamo trasformato studi e agenzie in catene di montaggio per nutrire i feed. E le nuove generazioni sono cresciute in un ecosistema a bassa resistenza, dove tutto si ottiene subito, e finiscono per scambiare il risultato immediato per valore assoluto. Non è colpa loro, è l’aria che respirano. Ci saremmo dovuti fermare molto prima. E invece, ora che la catena va troppo veloce per le braccia umane, invece di rallentare abbracciamo la tecnologia più potente di sempre.
L’anestesia dell’arte
Si discute molto di intelligenza artificiale. Poco di quella umana. Quella con i suoi limiti, la sua inefficienza, le sue motivazioni sentimentali lontane anni luce da un algoritmo. Eppure è lì che sta tutto. L’arte, spesso, non serve a un cazzo, e il bello è esattamente quello. Non è un aspirapolvere. È un urlo nel vuoto, un errore meraviglioso che trova senso dieci anni dopo. È un’anestesia, nel senso buono, un modo per attraversare le cose e guarirle. E stiamo smettendo di chiederci perché la facciamo.
Non è catastrofismo, e non è una caccia alle streghe contro il progresso. È il contrario. La vera resistenza, oggi, non è una protesta ad alta voce. È la scelta silenziosa, quasi ostinata, di rimettersi a studiare la materia. Passare tre ore a capire come si muove un’ombra su una superficie reale, non perché serva a fatturare di più, ma perché è lì che vive la nostra parte artistica. La luce su un volto ha una sua gravità. Esiste da sola. Non ha bisogno di urlare per dimostrare di essere al passo.
Tolta la performance, tolto l’algoritmo della visibilità, tolta la retorica del dover fare, resta una domanda sola.
L’opera dov’è?
Serve coraggio, e serve riconquistare la bellezza di una rinuncia. L’arte è roba nostra. Non arrendiamoci.
