Ha guardato un animale come si guarda una persona in posa, e oggi ne parliamo insieme. Vi parlo di Ylla, una fotografa che ho scoperto anni fa e che rappresenta un altro tassello stimolante nella mia ricerca sulla fotografia di animali.
Se il suo nome non vi dice niente, beh, significa che è il momento giusto di parlarne, no? Si chiamava Kamilla Koffler, si firmava Ylla, ed è un’altra firma importante nella fotografia di animali.
Una vita che sembra scritta apposta
Nasce a Vienna nel 1911, studia scultura a Belgrado, poi nel 1931 arriva a Parigi e finisce per caso a fare la ritoccatrice per una fotografa ungherese, Ergy Landau. È Landau a spingerla, nel 1932, ad aprire uno studio dedicato solo a ritratti di animali a Parigi. Il nome d’arte se lo sceglie quando scopre che Camilla, in serbo, suona come cammello: tanto vale prenderla di petto e legarsi agli animali anche nel nome. (e sticazzi)
Da lì la sua vita corre veloce. Le sue foto girano il mondo grazie all’agenzia Rapho.
Quello che rende Ylla diversa non è che fotografasse animali. È come li guardava. Nei suoi ritratti l’animale non è un soggetto caruccio inquadrato bene, ma ha un suo carattere, messo sullo stesso piano di un essere umano. Lei parlava apertamente di dignità comune tra la natura umana e quella animale, e lo faceva negli anni Trenta.
Non era improvvisazione. Passava mesi con un singolo animale prima di scattare, per capirne il comportamento e prevederlo. Nel 1936 nove sue fotografie finiscono al Louvre, in una delle prime volte che la fotografia entrava in un museo statale. L’anno dopo tre sue immagini entrano al MoMA di New York. Stiamo parlando di ritratti di cani e gatti appesi accanto alla fotografia che allora si prendeva sul serio.
Ma attenzione, non lo faceva per lanciare un messaggio. Quando le attribuivano intenzioni più grandi delle sue, rispondeva secca: le sue foto non predicavano nessun messaggio e non proponevano nessuno schema per migliorare il mondo, puntava a obiettivi più semplici, la personalità degli animali, le loro espressioni, la loro bellezza.
Su questo sono molto d’accordo con lei.
Fotografava anche dettagli, non solo la figura intera
C’è un particolare che mi ha colpito, notato a suo tempo anche da Julian Huxley, che firmò i testi di due suoi libri: Ylla spesso non si preoccupava di fotografare l’animale per intero, perché una parte sola poteva dare uno stimolo più interessante del tutto.
È esattamente la cosa che vado ripetendo quando parlo di inquadratura: che la forza di un ritratto non sta necessariamente nel mostrare tutto, ma nel tagliare via ciò che non serve. Ylla lo aveva capito e messo in pratica ottant’anni fa, senza manuali e senza teoria, semplicemente guardando meglio. Quando si dice che la fotografia di cani è un genere giovane e ancora senza grammatica, si dimentica che qualcuno la grammatica l’aveva già scritta, ma poi l’abbiamo persa.
Il silenzio, e il ritorno
Muore in India nel 1955, a quarantatré anni, in un incidente mentre fotografa una corsa di carri. Il suo ultimo libro esce postumo, alla fine degli anni Cinquanta. L’archivio del suo lavoro si ferma e resta per decenni. Ylla scompare dai discorsi, dalle mostre, dalle bibliografie.
Solo di recente è tornata a galla: un volume che raccoglie il suo lavoro, Ylla: The Birth of Modern Animal Photography, uscito nel 2024 con la prefazione di Maneka Gandhi, e una mostra a Budapest nel 2025. Il titolo dice tutto, la nascita della fotografia di animali moderna. Non una curiosità d’archivio, l’atto di affermazione di un genere. Ed è proprio da quel libro che nasce questo articolo: se Ylla vi ha incuriositi, è lì che trovate le sue fotografie e la sua storia per intero, e ve lo segnalo volentieri.
Non da storico, da chi cerca
Vi ho parlato di Ylla perché la sua storia dice una cosa su questo mestiere artistico.
Un genere che dimentica chi lo ha portato avanti è un genere che si crede nato ieri, e che ogni volta riparte da zero convinto di essere il primo, a me sta cosa risuona un botto. (scusate lo slang)
La storia di questo mestiere è documentata a rate, sparsa in mille contesti, e per quanto mi riguarda è interessante rimetterla insieme un pezzo alla volta. Non sono uno storico ma faccio ricerca, e questo articolo è un tassello che si aggiunge.
Quello che non cambia è la sostanza. Dietro le nostre foto di cani, anche le più immediate, c’è una storia lunga quasi due secoli, e c’è chi l’ha spinta avanti prima di noi. Ylla è uno di quei nomi.
Riferimenti
Ylla: The Birth of Modern Animal Photography (Hirmer, 2024)
