Come fotografare un cane che corre
Dog photography

Come fotografare un cane che corre

di Mattia Gorno·25 Lug 2026·10 min di lettura

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La foto del cane che corre è una delle più iconiche nella dog photography, ed è anche una di quelle che si porta dietro più difficoltà, tecniche e logistiche. Fotografare un cane che corre vuol dire far quadrare tempi, fuoco, ottiche e composizione tutti insieme. Parliamone.

Cane mosso, oppure a fuoco sull’erba dietro e non sul cane. Soggetto troppo piccolo nel fotogramma, sfondo confuso, orizzonte storto. Poca luce o troppa luce, autofocus che non aggancia. Eh sì, sembra una bella bega.

Premetto una cosa importante.

In fotografia non c’è un modo universale di fare le cose, almeno non in senso assoluto. E questo è anche il bello, perché si possono mescolare tecniche e sensazioni diverse.

Quindi quello che segue è il mio modo di affrontarla. Perché la tecnica da sola non basta, e il resto lo mette chi scatta.

Prima di tutto, il cane

Un cane corre e salta bene solo se è nelle condizioni per farlo: forma fisica, preparazione, età, salute. Un cucciolo, per esempio, non è pronto per corse e salti, e forzarlo è il modo più veloce per fargli male. Certo, anche lui può fare la sua corsetta, ma ricordiamoci sempre di lavorare con criterio.

Stai a distanza, e usa il tele

La corsa si fotografa da lontano, con un teleobiettivo. E non è solo questione di inquadratura. Da vicino il cane perde spontaneità, non ha lo spazio giusto, e tu rischi di diventare un ostacolo: rallenta, cambia direzione, o peggio ancora potrebbe travolgerti se non è sotto controllo. Il tuo ruolo è quello dell’osservatore discreto, che guarda l’azione senza intralciarla.

Sulla lente ho le mie preferenze. La prima scelta è un 70-200: ti lascia libertà di inquadratura mentre l’azione cambia, e disegna il cane in modo più naturale perché non è una focale troppo estrema. Un’altra lente che uso spesso è il 135mm fisso, nitido e luminoso, se ti piace lavorare con una focale sola e pulita. Cambiano le distanze, ovviamente, e a quelle bisogna fare attenzione.

Focali più lunghe, come il 300mm 2.8, possono essere una soluzione utile quando la distanza dal soggetto non la puoi controllare: per esempio nelle gare, in agility, nel disc dog, dove ci sono grandi spazi da coprire e in campo non puoi entrare. Ma in altri contesti con un cane in corsa le distanze te le scegli tu.

E qui vale la pena una precisazione, per non fare confusione. Il rapporto tra focale/distanza di lavoro e dimensioni del soggetto incidono su molti aspetti. Non è solo una questione di bokeh. È il modo in cui viene disegnato il soggetto: la sagoma diventa più marcata, come stirata.

La distanza però non cambia solo la resa dell’immagine, complica il lavoro. Una corsa con un cane si coordina, non capita sempre in modo spontaneo. Dai indicazioni a chi ti aiuta, di solito il proprietario, per posizionare il cane e per dirgli quando farlo partire. Oppure lo richiami tu verso di te. Da lontano tutto questo diventa più difficile: farsi sentire, dare il via al momento giusto, tenere il filo dell’azione. Non impossibile, certo, ma di sicuro più scomodo.

E poi c’è il conto. Un 300mm f2.8 è una lente eccezionale, ma è un costo proibitivo per uno scatto che si può realizzare benissimo a 200mm (70-200 2.8 ). Un cane non è una moto in pista o un cervo in lontananza: è un soggetto che puoi avvicinare, richiamare, gestire, e con un minimo di logistica ti organizzi. Quindi per il cane la focale extra-lunga è quasi sempre una scelta estetica, e del resto non è lo strumento a fare la differenza.

Considerazioni sui tempi di scatto

Il tempo di scatto dipende da alcuni fattori, facciamo il punto.

La velocità effettiva del cane. Quanto va forte davvero.

La direzione. Un cane che ti viene incontro sembra più lento. Lo stesso cane che ti taglia davanti, di traverso, sembra un razzo. Stessa velocità, velocità apparente molto diversa.

La distanza. Più è lontano più sembra lento, perché attraversa una porzione più piccola dell’inquadratura. Da vicino, invece, il movimento esplode.

La focale. Il tele restringe l’inquadratura e amplifica la sensazione di velocità: il campo è stretto, e il cane lo attraversa più in fretta.

La tua stabilità. Se segui bene il cane che corre di traverso, riduci la differenza di velocità tra te e il soggetto. Guadagnare velocità relativa vuol dire guadagnare tempo, e guadagnare tempo vuol dire guadagnare luce. Che poi è ISO che non devi alzare, quindi migliore gestione del rumore.

Il movimento dentro il movimento

Il cane non ha un movimento solo, ne ha due. C’è il movimento complessivo, la corsa nel suo insieme. E c’è il movimento segmentato: le zampe, la coda, la testa, che vanno per conto loro.

Ma attenzione, non è necessario congelare tutto. Un po’ di morbidezza sulle zampe non è un errore, anzi, spesso racconta la velocità meglio di una nitidezza chirurgica. Quello che deve essere fermo e a fuoco è il punto che regge la foto: gli occhi e la testa. Se lì sei nitido, l’immagine sta in piedi anche con una zampa un poco morbida.

Impostazioni da cui parto

Non prenderle come legge, ma come punto di partenza, poi aggiusti considerando quello che ci siamo detti. Per un cane in corsa parto da un tempo di 1/800 o 1/1000 di secondo, come minimo.

Autofocus continuo, sempre. Il cane si muove, il fuoco deve inseguirlo. Se la tua macchina ha l’eye AF, aggancialo all’occhio, e quando puoi scegli l’occhio meglio esposto dalla luce. Con un cane nero questa accortezza conta il doppio.

Area di messa a fuoco precisa. Non serve tutto il fotogramma, ma occhi e testa, è lì che la macchina deve cercare il fuoco. Certo, si può lavorare anche con zone più ampie, ma dipende da tante variabili: i contrasti nella scena, la qualità della luce e del soggetto, la reattività della fotocamera.

Non guardare il display ogni tre secondi. Lo so, la tentazione di vedere subito il risultato è forte, ed è giusto controllare quello che stai facendo. Questa abitudine, tra l’altro, ha pure un nome in gergo: chimping. Il problema non è la qualità del display, che oggi è ottima come quella del mirino. È che guardarlo di continuo ti fa perdere il contatto con la scena, e di momenti buoni spesso non ne hai molti. In più passi dal display illuminato al mirino e poi alla luce dell’ambiente: sono tre condizioni di luce diverse, e l’occhio si deve riadattare ogni volta. Si chiama adattamento visivo, e per qualche istante ti lascia senza la piena percezione di quello che hai davanti.

Piazzati in un buon punto. Non rincorrere il cane a caso. Cerca di capire dove passerà, tenendo conto anche dello sfondo che troverai dietro di lui in quella posizione. Con i cani, a differenza di una gara, la tratta di corsa la puoi gestire: decidi prima dove passerà, e fatti trovare lì.

Raffiche brevi, non a mitraglia. Non tenere premuto sperando nella fortuna. Scatta a raffiche corte, nei momenti in cui l’energia è al massimo: le fasi di estensione, quando il cane è tutto disteso in aria. È lì che vive la foto.

Dove metti il cane nel fotogramma

La composizione non è un vezzo: cambia l’impatto. Quando il cane corre verso di te, o comunque l’azione è centrale, spesso la cosa più efficace è tenerlo proprio al centro del fotogramma. Il centro dà frontalità, potenza, ti arriva addosso. Non aver paura di metterlo in mezzo.

Quando invece la corsa è laterale puoi sperimentare: spostalo su un terzo, verso sinistra, e lasciagli spazio davanti, nella direzione in cui va. Quello spazio è il suo respiro, la strada che ha ancora da percorrere. Ma dipende dal contesto, non è una legge. Provale tutte e guarda quale regge di più.

L’orizzonte, il nemico silenzioso

C’è un elemento che rovina molte foto in corsa, ed è l’orizzonte. L’orizzonte è una linea di quiete, perché è parallelo al terreno. Un cane in corsa è l’esatto contrario: è un corpo teso e inclinato in avanti che sta sospeso, ed è proprio quell’instabilità che leggiamo come velocità.

Vediamo da dove nasce quella linea. Per semplificare lo spiegone diciamo che un’inquadratura ambientale è fatta da due piani: un pavimento orizzontale e uno sfondo che gli sta perpendicolare. Dove i due piani si incontrano nasce una linea netta, l’orizzonte, che percorre tutto il fotogramma. A seconda del contesto è più o meno marcata, accentuata da contrasti e colori, o rinforzata da altri tagli orizzontali: una siepe, una rete, lo stacco tra cielo e terra. Più se ne sommano, più il fotogramma si riempie di strisce.

Per capirlo bene, pensa al limbo dello studio. Il limbo è quel fondale continuo in cui pavimento e parete si raccordano senza spigolo, e lo si usa proprio per cancellare l’intersezione tra i piani: così quella linea non esiste, e il soggetto galleggia in uno spazio senza riferimenti. All’aperto un limbo naturale non ce l’hai, quindi la linea non la puoi togliere. Puoi solo decidere dove metterla.

Se scatti da un angolo troppo alto, cosa che con un cane capita facilmente perché è un soggetto basso, quelle linee tagliano l’immagine in orizzontale, spesso proprio in mezzo. E lì la dinamica che cercavi viene disturbata. Sfocare, da solo, spesso non basta: una linea forte vive del suo stacco di tono, e un cielo chiaro su una terra scura resta leggibile anche fuori fuoco, ridotto a una fascia.

La soluzione è una parola sola: abbassati. Scatta da molto in basso, a filo del terreno. Non è un vezzo, è il modo per far scendere l’orizzonte sotto il cane, dove smette di fare da sbarra e diventa il suolo su cui la corsa appoggia. Da barriera a base. E da lì guadagni altro: si apre aria tra le zampe e il terreno, e quell’aria è sospensione, è velocità. Lo sfondo poi si allontana, così la poca linea che resta si sfoca sul serio invece di restare un taglio.

Anche la lente ti aiuta a governare quella riga. Un 200mm, con il suo angolo di ripresa stretto quanto basta, ti tiene addosso al cane e lascia fuori dal fotogramma buona parte del contorno: meno ambiente entra, più è facile decidere dove cade l’orizzonte.

Lo sguardo nel mirino

C’è una cosa che non trovi in nessun menu della fotocamera, ed è dove guardi.

L’istinto ti dice di seguire tutto: il cane, le zampe, lo sfondo che scorre, il bordo del fotogramma per controllare se ci sta dentro. Per mè non funziona. Scegli un punto e restaci: la testa, e se ce la fai l’occhio. Il resto è già deciso prima, quando hai scelto la posizione e lo sfondo.

Negli sport di mira questa cosa è stata misurata. Si chiama quiet eye, l’occhio quieto: l’ultima fissazione, ferma e su un punto solo. Si allena, tra l’altro con un pò di pratica. Chi è forte non guarda più tanti elementi ma ne guarda meno e più a lungo.

Non vedi al rallentatore

Tra il vedere e il premere passa almeno un quinto di secondo. Quindi se premi quando vedi la posa, la posa non è quella che porti a casa: probabilmente hai fotografato quello che è venuto dopo.

Da qui la conseguenza che conta: meglio non scattare per reazione, ma in anticipo. Quelle fasi di estensione non le aspetti, le prevedi. La falcata è ciclica, ha un ritmo, e dopo due passaggi quel ritmo lo hai già addosso. Premi mezzo battito prima.

Il tuo mestiere è essere pronto quando succede, e sapere già dove guardare.

Si accettano suggerimenti!

Ti stai chiedendo come fotografare il tuo cane al meglio o cerchi consigli sulla dog photography? Questo spazio nasce per condividere la mia passione, ma voglio che sia una risorsa utile anche per te. Se un dubbio, una curiosità o un dietro le quinte sulla fotografia di animali ti affascina, scrivimi: sarò felice di valutare la tua proposta per un prossimo articolo.

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