Il fotografo di cani più famoso del mondo non ha mai deciso di fotografare cani. Se li è trovati addosso, e ci ha costruito sopra mezzo secolo di lavoro.
Dopo Ylla continuo a mettere in fila i mattoncini, e stavolta tocca a un fotografo che conoscete di sicuro: Elliott Erwitt.
Ho ripreso in mano il suo Dog Dogs, il volume del 1998 in cui ha raccolto ottocentoventi cani in cinquecentododici pagine, e ho riletto con attenzione le due introduzioni. Ne è uscito qualcosa di diverso da quello che mi aspettavo, perché una parte delle cose su cui sto lavorando oggi le aveva già sistemate lui, senza nemmeno farne una teoria. Diciamo che sono in ritardo di qualche decennio.
Uno che i cani se li è trovati addosso
Erwitt racconta che porta sempre con sé una macchina piccola e discreta e che scatta senza sosta a tutto quello che lo interessa. Non era andato a caccia di cani. Se ne accorge solo anni dopo, mentre rovista nel proprio archivio per mettere insieme una retrospettiva: sui provini i cani erano dappertutto. Scrive che la sua simpatia per queste creature era più profonda di quanto immaginasse.
Questa cosa mi piace perché smonta in partenza la retorica della vocazione. Non c’è nessun momento fondativo, nessuna illuminazione, nessuna dichiarazione d’intenti. C’è un fotografo che esplora con la macchina in tasca e che, quando si guarda indietro, scopre di aver fotografato la stessa cosa per cinquant’anni senza rendersene conto.
Una radice però c’era, e sta molto prima. Metà anni Quaranta, adolescente solo a Hollywood, Erwitt adotta un bastardino malato di cimurro e dato per spacciato. Si chiamava Terry. Insiste con il veterinario del quartiere finché quel cane non si salva. Terry restò un cane di strada che però tornava sempre a casa, accompagnava il postino nel suo giro e ogni tanto attraversava mezza Hollywood da solo per andare a trovare la madre di Erwitt, che abitava dall’altra parte della città.
L’uomo tagliato alle ginocchia
Veniamo alla cosa che secondo me è una sua caratteristica vera, e che fa discutere.
Nella fotografia, se dentro l’inquadratura c’è una persona, la persona vince. È un riflesso che ci portiamo dietro da secoli: dove c’è un essere umano leggiamo un discorso sul mondo, dove non c’è leggiamo la descrizione di un oggetto. Ne parlerò ancora prossimamente, ma per il momento credo che sia il vero soffitto sopra la testa di chi fotografa animali.
Erwitt quel soffitto non lo sfonda e non lo denuncia. Lo aggira. Abbassa la macchina all’altezza del cane e degli umani lascia dentro solo dei pezzi: le gambe, gli stivali, l’orlo di un cappotto, una mano che tiene il guinzaglio. La persona resta nel fotogramma, quindi la scena continua a parlare di noi, ma smette di prendersi la scena. Diventa quinta, misura, contesto. Il protagonista è il cane, con un significato che resta anche umano.
Detta così sembra un espediente da inquadratura. È molto di più: è il modo di tenere accesa la lettura alta di un’immagine togliendo di mezzo il soggetto che di solito se la accaparra. Il cane, in quelle foto, non è tenero. È il centro narrativo della scena.
Che lui la vedesse in modo lucido lo dice una riga del suo saggio, buttata lì mentre spiega perché i cani e non altri animali. I cani, scrive, sono soggetti facili e senza lamentele, e soprattutto sono senza le paranoie e le possibili obiezioni degli esseri umani beccati in fotografia. Il cane non contratta la propria immagine. L’essere umano sì, e chi fa ritratti lo sa benissimo.
Alla fine questo non è un libro di foto di cani, è un libro di cani nelle foto.
Sembra improvvisato, non lo è
Le sue immagini sembrano prese al volo, e in parte lo sono.
Io però ci vedo una gestione molto controllata dello spazio: il fotogramma diviso in zone, rimandi tra una forma e l’altra, geometrie che si ripetono in scala diversa dentro la stessa scena. Non è roba che capita. E la conferma arriva da lui, che nel descrivere come lavora dice di gettare intorno ai cani la propria cornice, fotografica e mentale insieme, e di organizzarli dentro la propria geometria fino a farli suoi. Non è il vocabolario di uno a cui la composizione non interessa.
La perfezione formale c’è, semplicemente non viene messa in vetrina. Serve a far arrivare la storia, e poi sparisce. Che tra l’altro è la cosa più difficile da fare, molto più difficile del contrario.
Lui stesso, del resto, le sue foto di cani le divide in tre gradini. Alcune gli piacevano per l’ambientazione esotica. Altre perché erano composte ragionevolmente bene. E poi ci sono quelle che, dice, superano il loro fascino facile e ovvio e prendono un rapporto allegorico con noi e con la condizione umana.
Il lavoro vero viene dopo
Qui devo correggere una cosa che pensavo anch’io.
Viene facile immaginare che con la tecnologia dell’epoca ci fosse meno spazio per l’errore, e che ogni scatto fosse una scommessa da vincere al primo colpo. È una favola nostra, di adesso. Erwitt scrive nero su bianco che scattava di continuo. Bruciava pellicola. Non c’era nessuna infallibilità e non gli serviva.
Quello che c’era era il lavoro che veniva dopo. Cinquant’anni di cani accumulati sui provini, un archivio che dice lui stesso superare abbondantemente il migliaio di immagini.
La maestria quindi non sta nel non sbagliare, sta nel riconoscere quali sono buone. E in questo senso la definizione che dà di sé è la cosa più onesta che abbia letto da un fotografo: professionista di mestiere e dilettante per vocazione. Il mestiere paga le bollette, la vocazione riempie i provini, e la differenza tra un archivio e un libro la fa soltanto la scrupolosità con cui si sceglie.
Una cosa che ha visto
C’è un passaggio che mi ha fermato, e che con la fotografia sembra non centrare nulla.
Erwitt scrive che i cani non sono come i bambini. Sono più noncuranti, non hanno bisogno di dire guardatemi, perché sanno già di appartenere. Però vivono una vita che lui definisce bizzarra: ogni giorno stanno su due piani, il mondo dei cani e quello degli umani. Devono dare affetto immediato a qualunque ora del giorno, e non possono mai dire che hanno mal di testa o che oggi hanno altro da fare.
Se avete mai fatto un servizio a un cane, sapete che quella frase descrive esattamente il vostro set.
L’animale che avete davanti sta reggendo due mondi contemporaneamente, il suo e il nostro, e noi in genere lo fotografiamo pretendendo che sia disponibile al secondo.
E’ un’osservazione molto interessante per la posa dei nostri tempi.
Piccola riflessione creativa
Lavorare sulla creatività in un genere dove pochi citano chi è venuto prima è una faccenda strana. Da una parte la mancanza di riferimenti ti lascia una libertà enorme, e non è poco. Dall’altra ti lascia al buio: non hai un parametro, non sai se la strada che hai imboccato porta da qualche parte oppure gira in tondo, e certe volte scopri di aver passato tempo a risolvere un problema che qualcuno aveva già chiuso nel 1974.
Leggere Erwitt mi ha dato una nuova misura. Vedere che alcuni degli spunti su cui sto lavorando oggi erano già stati esplorati decenni mi ha dato conferma su dove mi trovo. È la differenza tra andare a naso e sapere di essere dentro una conversazione cominciata prima di te.
Erwitt è morto alla fine del 2023, a novantacinque anni. Ha lasciato quattro libri di cani che sono pronti ad essere riscoperti da ognuno di noi.
Riferimenti
Dog Dogs (Phaidon, 1998), con l’introduzione di Erwitt intitolata My Dog Days.
Son of Bitch (Grossman, 1974), dove esce per la prima volta il saggio di P.G. Wodehouse About My Friends, poi ripreso in Dog Dogs.
